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misterno

Segnali divini ci introducono in un mondo nuovo,
il destino dipende da noi: è scoccata L’ora nostra

Resta solo da capire se il mondo nuovo in cui viviamo da qualche settimana è davvero un nuovo mondo. Ci vorrà poco a saperlo. Massimo trenta giorni, minimo due: si comincia dopodomani, davanti ai cuginastri ormai salvi dalla B – non dal loro destino di laziali – si finisce tra un mese, quando finirà il campionato più pazzo del mondo e allora sarà chiaro se tutti questi segnali divini (i pali di Milito, le papere di Consigli e Julio Cesar, il ritorno del capitano, il pareggio di Kroldrup, le due reti del Catania, l’incredibile serie positiva e quanti altri ne potremmo raccontare) saranno il marchio della nostra felicità o l’arma che devasterà la piaga della disillusione.

Roma nostra ogni volta che riaccende il sole si scopre più bella, e stavolta un po’ di più. Chissà se è vero che nel calcio si può vincere anche così. Proprio così – partendo da meno 14 – non è mai accaduto. E poi farlo qui, farlo noi, farlo oggi… Lo scudetto dell’83 l’abbiamo preparato per due anni, quello del 2001 era nostro già a settembre, stavolta a novembre avevamo qualche triste avanguardista che invocava la retrocessione e i più ottimisti che speravano nel quarto posto, tra i sorrisi di compatimento della maggioranza. Razionalmente, in effetti, il primo posto raggiunto nel meraviglioso pomeriggio di domenica scorsa non ha spiegazioni. Che cosa abbia inceppato il motore dell’Inter lo dirà la storia, la cronaca può solo ipotizzarlo. Quel che è certo è che i percorsi delle due squadre del girone d’andata e del girone di ritorno non sembrano compiuti dagli stessi giocatori: nelle prime diciannove giornate loro hanno totalizzato 45 punti (la Roma 32), 22 nelle successive quattordici (la Roma 36).

Solo un’altra volta abbiamo compiuto una rincorsa di simile bellezza, e finì male col Lecce. Forse è una cosa di questo tipo che ci aspetta e allora tanto vale convincersi che è ineluttabile: farà meno male. Ma potrebbe anche non essere così, ammettiamolo (in fondo, adesso, il calcolo matematico della probabilità favorisce la Roma), ma che esperienza sarebbe? Epica, mistica, extrasensoriale? Chissà se è vero che nel calcio si può vincere anche così. Noi, che non diamo alcun peso alla scaramanzia, abbiamo deciso di titolare come facemmo per il numero di maggio del 2001 con rosso&giallo: L’ora nostra. Lo sarà comunque. E nel delirio ripensiamo alle lezioni dei nostri vecchi artisti, di chi scrisse e cantò semo regazzi fatti cor pennello. Guardateli, i nostri regazzi. Trovatene uno nervoso in campo, trovate una tifoseria più bella, trovate un allenatore più sereno o più bravo di quel pischello che ci guida dalla panchina, trovate un capitano più gagliardo del nostro, un parco dirigenziale più competente, un presidente con un miglior rapporto risultati/anni di gestione: le migliori professionalità stanno qui, con i migliori colori e le poesie più emozionanti. E le regazze famo innamora’. Per estensione, e tutta Italia famo innamora’. Perché ora tifano tutti per noi. Ma noi de più. Daje.

Daniele Lo Monaco







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