Il confine del sogno lo traccia Moratti: perché la corsa infinita della Roma si normalizza solo al confronto con quella che da quattro anni sta facendo l’Inter. Ma non è giusto, da qualsiasi lato la si guardi, non è giusto. La squadra di Ranieri sta compiendo un’impresa che meriterebbe ben altra eco. Solo nell’ultimo mese, ha affrontato a stretto giro di posta Triestina e Udinese in coppa Italia, Genoa, Juventus, Catania, Siena e Fiorentina in campionato: sette partite, ventuno punti, solo vittorie, zero pareggi, zero sconfitte, quattordici gol fatti, tre subiti. È un cammino entusiasmante, da riempire ogni volta un Old Trafford più che un Olimpico, meriterebbe sfilate d’onore, giri di campo festanti, circhi massimi e archi di trionfo. E invece sembra solo lo starnuto di un micetto: carino, ma passi a cose più serie. Non è una bella prospettiva: vinciamo tutte le partite, inanellando esultanze su esultanze, trionfando su campi perfidi, eleggendo nuovi eroi, e bene che andrà arriveremo secondi. Ma chi ha scritto le istruzioni di questo gioco?
Al momento attuale, ci confortano tre pensieri: 1) che l’Inter dovrà venire all’Olimpico in campionato e quel giorno si rifaranno i conti. Mentre stampiamo questo numero della rivista non sappiamo ancora il risultato del recupero di Parma, ma comunque sia andato cambierà ben poco. Otto, dieci o undici punti di distacco adesso sembrano un dettaglio: la Roma sta facendo il massimo e prima o poi la ruota girerà al contrario mentre l’Inter ha tutta l’aria di poter finire la stagione come l’ha cominciata. Ma qui dovranno venire e la prospettiva resta allegra: non si vive di soli scudetti. 2) che al 90% la Roma si giocherà la stella d’argento in un’altra finale di Coppa Italia, probabilmente e ancora proprio contro l’Inter. In ogni caso, un altro trofeo in palio allo stadio Olimpico: non vediamo l’ora. 3) che il valore degli avversari in Europa League – compresi il Liverpool e la Juventus – ci consente di sperare di poter filare anche dritti ad Amburgo, il 12 maggio. Sarebbe un modo fantastico di prenderci quelle soddisfazioni che adesso ci sembrano negate. E’ solo una speranza, certo, ma non per caso siamo romanisti.
E mentre la Roma vola c’è venuto in mente di sfruculiare i nostri lettori su un argomento che ci sta a cuore: Rosella Sensi. Qualcuno ci ha chiesto perché finora non ci siamo schierati in questa sorta di faida fratricida tra tifosi, perché non abbiamo urlato il nostro sdegno con una parte o con un’altra, con Rosella o contro, magari insultando a prescindere, ora va di moda così. Ma se non l’abbiamo fatto è perché le posizioni sono troppo radicalizzate e il momento storico non giustifica teorie talebane. E poi non siamo d’accordo con i parametri di riferimento: un presidente non si può giudicare solo dai risultati del momento (per cui a ottobre erano tutti contro e adesso la maggioranza è a favore), ma dalla gestione finanziaria e tecnica, dal senso sportivo, dalla sensibilità sociale, dalla competenza. E in questo senso il sondaggio che stiamo facendo da qualche settimana, quello che trovate nelle ultime pagine della rivista, ci sembra ingeneroso. Neanche un voto per Rosella Sensi: strano. Ma pensate per un attimo a che cosa diventerebbe questa Roma se la figlia avesse la dote del padre: 200 milioni di euro. Noi ci abbiamo pensato. Ora pensateci anche voi.




