RIVISTA ROMANISTA
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’Na carozzella va, e per ora ci stiamo larghi

Scritto da admin - gennaio - 15 - 2010

Non abbiamo scelto la Roma per vincere, in attesa di tempi migliori cominciamo a parlare di noi stessi

Non abbiamo scelto la Roma per vincere, quand’eravamo bambini. Noi no. Abbiamo avuto un’infanzia felice, qualcuno magari meno. Ma non abbiamo mai visto la squadra di calcio come il pretesto per riscattarci da una qualche frustrante quotidianità. Ma che c’entra il calcio?, che c’entra la Roma? A far le scelte comode, avremmo preferito la Juventus, il Milan, l’Inter, fregandocene di amori e passioni, amici e parenti, calore, colori e attrattive. Avremmo fatto come fanno i deboli di spirito, che si buttano sul carro del vincitore e si fanno portare: c’è poco spazio ma si sta al sicuro, a volte per tutta la vita. Ami poco, è vero, vivi nel grigio, ma non perdi mai. Noi no. Noi perdiamo. Noi prendiamo due gol nei secondi di recupero di una partita che stiamo vincendo. Oppure segniamo dopo 49 secondi e poi giochiamo tutta la partita in dieci. Ma quando vinciamo è più bello. Perché siamo la Roma. L’abbiamo scelta, e sempre per un motivo di stringente passione:?per papà, per l’amico, per l’amica, per tradizione famigliare o cittadina, magari solo per l’anima toccata quella prima volta che ci hanno portato all’Olimpico. Una scelta d’amore, non d’interesse. E nel momento in cui è successo, siamo cambiati per sempre. Abbiamo imparato a vivere, prima che a vincere. A condividere valori, a cantare fino alla morte, a innalzare i nostri color, ché ci vien dal profondo del cuor. Non è un caso se abbiamo avuto Amadei, e Losi, e poi Prati, e poi Di Bartolomei, Conti e Falcao, e poi Giannini, e poi Voeller, e poi Totti, Batistuta e De Rossi. Romanisti nati o acquisiti, “tesserati” per spirito, prima che per appartenenza. Vincenti d’animo, prima che di curriculum. Romanisti. Ogni epoca il suo eroe, e la storia continua.
Ma il calcio è cambiato e il pensiero corto che questi anni si portano dietro sta provando a globalizzare il tifo, spingendo anche i romanisti ad avvicinarsi alle fredde prassi di altre tifoserie. Esisto solo se vinco, e se non vinco andasse tutto in malora. C’è un che di antistorico in tutto questo, ma forse passerà, forse verrà il giorno in cui ci ritroveremo, in un giorno ancor più bello. In cui qualche Totti scriverà poesie con i piedi in uno stadio nostro, in cui dalla curva si potrà tifare anche in piedi, al cospetto di campioni allevati o arrivati non perché zio Paperone ce li ha comprati, ma perché il nostro modello di società ci avrà consentito investimenti ambiziosi, e non solo sul mercato. Forse quel giorno saremo tutti azionisti, tra un anno o cinquanta, chissà. Ma è bene cominciare a parlarne. E oggi che inizia un anno nuovo, l’anno del “10”, noi gettiamo un sasso nello stagno e apriamo la discussione, spiegando che animale sia questo azionariato popolare, e chi si è preso la briga di riunire le diverse anime del tifo, e parliamo di concezioni di stadi secondo il modello “italiano”, altro che inglese, di tifo e di tifosi, di ordine pubblico e curva sud, di sane gestioni e di vecchi riciclati. Nel calcio di Moratti e di Galliani, di Bettega e Lotito, di Della Valle e De Laurentiis, ‘na carozzella romana va, senza stranieri. Non sarà una carozzella vincente, per ora, ma dentro ci stiamo comodi, per ora. Noi siamo la Roma. Non ci piace vincere facile. E allora partiamo. Da noi.

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